martedì 14 maggio 2013

Riflessioni: Paragone Finlandia-Italia, una società nuova

La Finlandia è un paese che è passato dalla marginalità europea ad un ruolo di avanguardia in tutti i settori e, nonostante il clima rigido, uno dei luoghi migliori dove vivere e crescere.
Il Governo finlandese, al contrario degli altri paesi europei impegnati in tagli e nel rispetto delle sanguinarie logiche di mercato e dei diktat dell’Unione Europea, ha investito tutto sulla Scuola, sulla Ricerca, sulla Sanità, sulla Cultura, sulla Mobilità alternativa all’uso del mezzo privato,  sul sostegno ai lavoratori e alle famiglie. La sua azione lungimirante si è tradotta in crescita e sviluppo, ma nessuno ne parla. Le imprese vengono facilitate, il credito è più aperto e disponibile, lo Stato finlandese ha snellito le prassi burocratiche e ha tagliato la maggior parte di leggi inutili o inique.
Inoltre ha mantenuto un controllo sulla sua economia e non ha accettato una limitazione della sua sovranità per sottostare alle direttive europee. Questo gli ha garantito maggiori spazi di manovra, più flessibilità e gli ha permesso di reggere l’aumento del tasso di disoccupazione e del suo debito pubblico per poi lentamente riassorbirlo in nuovi progetti di crescita e sviluppo, azzerando disagio sociale e criminalità.
Certo ha conosciuto la crisi finanziaria e ha subito il ristagno della sua economia, ma, rispetto alle altre nazioni, ha sostenuto meglio l’impatto grazie alla sua politica di investimento e di innovazione e ora si presenta nel panorama mondiale come modello da imitare e seguire.
Al contrario l’Italia ha ceduto alle pressioni europee procedendo ad una larga cessione di diritti, di tagli sociali e inasprimento di tasse, sanzioni e vincoli burocratici aumentando il ristagno economico, già grave per la recessione internazionale, e portando alle stelle disoccupazione e recessione. Il Governo Monti, in tal senso, è stato disastroso e, in nome di una visione distorta dell’austerità,  ha reso pressoché impossibile ogni ripresa produttiva. A questo si aggiunge la peculiarità della società italiana, da sempre appesantita da una pletora di leggi inutili, da apparati amministrativi che con le loro insensate prassi burocratiche rendono impossibile ogni iniziativa imprenditoriale, da una corruzione politica e da una criminalità organizzata giunta ai massimi storici nonostante la coraggiosa lotta di alcuni singoli magistrati, giornalisti e uomini di buona volontà, da una tassazione asfissiante e vessatoria per lavoratori e imprese virtuose e da un evasione fiscale esorbitante che rende facile ai grandi gruppi industriali, ma anche ai furbi di turno di togliere ricchezza e risorse al paese per il proprio tornaconto personale.
Inoltre l’Italia è agli ultimi posti per quanto riguarda investimenti nella Scuola, nella Sanità, nella Cultura, nell’Edilizia Popolare, nella Mobilità, nel Sostegno alla Famiglia e al Disagio Sociale. In questa condizione è inutile sperare in una crescita del nostro paese e attrarre capitali e investimenti per rilanciare lo sviluppo e creare nuovi posti di lavoro. Gli imprenditori onesti, i lavoratori, i giovani, tutto un popolo chiede a gran voce alla classe politica e dirigenziale di farsi da parte laddove ha fallito nelle sue promesse elettorali e nei suo programmi di cambiamento e permettere a nuove forze di prenderne il posto per attuare quelle riforme orientato al miglioramento delle condizioni lavorative e produttive del paese, prendendo ad esempio proprio quei paesi europei che meglio hanno saputo combinare rigore nella spesa pubblica con flessibilità e investimento nei settori nevralgici di una nazione. Solo recuperando la propria sovranità nazionale e attuando forti e decise politiche di crescita nella ricerca, nella scuola, nella cultura, nella sanità, nella sostegno alla casa, nella difesa dei diritti dei lavoratori, nella facilitazione d’impresa, nello svecchiamento burocratico, nell’azione di contrasto all’evasione fiscale e al re-investimento dei capitali frutto di attività criminali è possibile costruire una società diversa, più equa, più giusta e, soprattutto, capace di abbassare notevolmente il tasso di disoccupazione, di precarietà e di conseguente disagio e violenza che sta colpendo il nostro paese. In tal senso, va ripensato anche il ruolo dei sindacati che non deve essere conservativo e a difesa di interessi corporativi, specie di determinati gruppi di potere che nulla hanno a che fare con gli interessi di una nazione, ma propositivo, costruttivo e avviato ad attuare una vera rivoluzione che metta al centro i diritti dell’individuo senza paletti o steccati ideologici. Un’idea di sviluppo e di rigenerazione sociale deve essere per forza complessiva e toccare tutti gli aspetti di una comunità nazionale e riguarda tutte le sue componenti secondo un progetto collaborativo che vada al di là di ogni interesse personale che è sempre egoistico e parziale. Solo così possiamo costruire una società nuova e migliore per tutti.

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